Basta un promotore finanziario disgraziato, e una Unit Linked

Scrivo questo oggi perché stavo controllando la situazione del mio conto bancario online, e mi sono messo a pensare al passato. Non farò nomi in questo post per non fare pubblicità, né positiva (perché tanto non verrei pagato), né negativa (perché rischierei di essere denunciato).

Ero un ragazzetto di 25 anni, e da 2-3 anni avevo aperto in tutta autonomia il mio primo conto bancario, la banca era una società online di buone speranze, essendo del tutto telematica era una banca a costi completamente inesistenti (aldilà del bollo statale) ed offriva una ottima percentuale sui fondi in liquidità (il 3% circa) rispetto all’1% misero delle altre banche “in carne ed ossa”. Ne ebbi bisogno in prima istanza perché era necessario sottoscrivere un RID per pagare la mia connessione ADSL domestica, e non avevo intenzione di pesare sui genitori, ma fu una buona scelta aprire un mio conto corrente.

Allora l’unico modo per aprire un conto con questa banca era recarsi in un ufficio di promotori e effettuare tramite loro un versamento in denaro, quindi così feci; la promotrice che per mia disgrazia divenne il mio referente con la banca era una certa L. E., donna di mezza età, madre di famiglia (mi ricordo chiaramente che nella sua cartelletta teneva dei fogli disegnati e colorati da un bambino, e quindi a meno che non si trattasse di una sua morbosa ossessione, dovevano essere i “lavoretti” di suo figlio), che quasi subito provò a convincermi a “investire” in un fondo per quando sarei stato “grande”, “bastano 100 euro al mese”, ma declinai gentilmente, non capendoci nulla ma sapendo che non era qualcosa di cui avevo bisogno.

Un po’ di tempo passò, e successe che questa banca, dopo aver abbassato significativamente gli interessi sulla liquidità, iniziò a chiedere anche un canone mensile di circa 6 euro per i suoi servizi (carta di credito gratuita, bonifici gratuiti, prelievi gratuiti, ecc ecc); nulla di grave, era normale che prima o poi succedesse, sono ancora pienamente soddisfatto di questa banca e la consiglierei agli amici. Insomma, fu così che la signora L. E., assetata di provvigioni, mi convocò nuovamente nel suo ufficio per “parlare”.

Arrivato, mi venne riproposta la stessa solfa del fondo di investimento, stavolta però infarcita con una disonestissima scusa per la quale sarebbe stato conveniente attivarlo: infatti era un ottimo modo per azzerare il canone mensile della banca, che mi sarebbe stato rimborsato di volta in volta proprio perché sottoscrittore del fondo. In altre parole, fui convinto, ragazzetto ignorante di strumenti finanziari quale ero, a spendere 100 euro mensili, 1200 euro annui, perché così avrei risparmiato i 72 euro di spese della banca. Fesso io che le diedi retta, disgraziata e disonesta lei che approfittò dell’impreparazione di un ragazzetto che aveva da poco iniziato a lavorare, per spillare i suoi soldi.

Incidentalmente, quella del fondo da 100 euro mensili fu una truffa nazionalizzata proposta all’epoca da molti promotori di quella banca ai loro “clienti”, perché garantiva provvigioni che facevano ovviamente gola.

Alla data odierna, da qualche anno ho già bloccato i versamenti periodici (dopo che ho scoperto cosa fosse una polizza Unit Linked, e perché facesse tanto schifo), ma continuo a mantenere i soldi nel fondo fino a scadenza (2014 nientemeno) per evitare che mi vengano decimati per via delle draconiane penali previste; a fronte di 4600€ versati sinora, il valore di mercato non riesce ad arrivare neppure a 3300€. In altre parole, ho buttato dalla finestra 1300€, assieme agli interessi mancati che non percepirò su quel denaro a causa della gestione becera del fondo, farcita da ricchissime spese a fondo perduto, per risparmiare (l’equivalente di 10 anni di canone mensile di banca) 720 euro. Ho speso 100 per risparmiare 40, siccome secondo L. E. questa era una ottima mossa.

Il mio pensiero va a te, disgraziata d’una L. E., che qualche anno dopo hai smesso di lavorare per la mia banca (e per fortuna), ti auguro in tutta simpatia che il karma che meriti ti piova addosso in tutto il suo fulgore.

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Come si usa la vernice elettroconduttiva a base di argento

Scrivo questo articolo anche per riferimento personale: la vernice elettro-conduttiva all’argento è costosa (mi dicono che quella al rame è più economica), pagata 10 euro per 3cc, un furto a mio parere, ma considerando il valore della cosa che dovevo aggiustare (una pista stampata su un foglio di acetato per degli interruttori lavabili, attaccati ad un aggeggio da più di 100 euro, il cui ricambio ci avrebbe impiegato almeno un mesetto per arrivare, ammesso che fosse stato possibile trovarlo, e chissà quanto sarebbe costato), insomma, come dicevo tutto considerato ne è valsa la pena, ed ora ho un intero tubettino che potrebbe tornare utile un domani per altre cose.

Ora, il problema con la vernice conduttiva è che ad un primo utilizzo potrebbe sembrare di essere stati raggirati da chi ve l’ha venduta, e farvi venire voglia di tornare in negozio sbattendogliela sul bancone e pretendendo un rimborso. Infatti, fino a quando non vi sarà andata bene, la vernice elettroconduttiva NON CONDUCE. Diamine, anche immergendo i puntali di un tester direttamente all’interno del barattoletto non viene misurata alcuna continuità elettrica, persino dopo aver agitato con veemenza.

Comunque ho scoperto che esiste anche lo zen della vernice all’argento, ed ecco le direttive da seguire:

  1. Agitare bene
  2. Agitare ancora bene
  3. Continuare ad agitare bene fino a quando il gomito non è dolorante
  4. Ho già detto che il tubetto va agitato bene prima di aprirlo per la prima volta?
  5. Pulire bene la superficie da trattare con alcool, eventualmente raschiare appena le parti da connettere se ossidate, anche per renderle più ruvide in modo che la vernice si attacchi meglio
  6. In base alla dimensione della pista da creare scegliere lo strumento più adatto, anche se in generale io non userei mai il pennellino gigantesco in dotazione; nel mio caso ho preso un punteruolo, e dopo aver agitato un’ultima volta il barattolino l’ho inclinato per far avvicinare al bordo la vernice, ed ho bagnato la punta con la preziosa miscela argentea
  7. Stendere con mano fermissima la pista tra le due estremità da collegare, meglio se coinvolgendo almeno 2mm di lunghezza dei capi da connettere; creare prima un “filo” di vernice che connette le due estremità, e continuare a stenderlo passando la punta dello strumento da una parte all’altra, con delicatezza, anche allargando la pista un po’
  8. Soffiare delicatamente e a lungo fino a quando la superficie non diventa più opaca e di aspetto meno liquido, e di consistenza gommosa
  9. Ripetere i due passaggi precedenti stratificando almeno altre due volte e asciugando
  10. Dopo qualche minuto da quando l’ultimo strato è diventato gommoso è possibile usare un tester toccando gli estremi che si sono uniti assieme con la vernice (non posare i puntali del tester direttamente sulla vernice) e dovreste notare un valore misurabile di resistenza
  11. Vi conviene a questo punto lasciare l’intruglio all’aria per un giorno in modo da farlo asciugare bene e fargli fare presa in modo più solido

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Appia bis su via Perlatura, rotatoria di Ginestreto, via Danimarca inutile

L’ingegneria civile nella zona periferica di Albano Laziale e Ariccia sembra provenire dai recessi più nascosti dalla mente di Tim Burton, o di Dario Argento, la scelta sta alle preferenze dei singoli.

Innanzitutto, questo post è dedicato a chi sa già di cosa sto parlando, in quanto si riferisce ad una realtà molto locale; tutti gli altri possono divertirsi a leggere se ne hanno voglia.

Esaminiamo quindi le incredibili magagne della zona di Poggio Ameno (“poggiameno” come pensavo si scrivesse da bambino, e pronuncio tuttora), area pacifica -per ora- subito sopra la costa sud-orientale di Vallericcia, e che nei disegni delle amministrazioni locali si trasformerà in una zona dove l’unica cosa di bucolico rimarrà il nome, ultimo timido baluardo di una realtà grottescamente beffarda.

L’Appia bis

I fantomatici progetti di una enorme bretella di comunicazione stradale che avrebbe abbattuto campi e case, era nei sogni dei comuni locali, e nelle brame delle società appaltatrici, da più tempo di quanto io riesca a ripercorrere con la memoria, eppure non soffro ancora di degenerazione senile.

Ora l’ecomostro si riaffaccia molto più arrogante, e con un progetto “definitivo” che è stato abbastanza chiaramente illustrato: abbattimento degli edifici dei Frati Somaschi, scavi di gallerie artificiali estesi per centinaia di metri, fino a sbucare in tutto il suo fulgido profilo lungo via Perlatura, all’altezza di dove è stata aperta l’inutilissima via Danimarca (ne parlerò più in là).

Dal punto dove emerge, sul progetto, il livello della tangenziale inizierà a salire gradualmente fino ad un’altezza di 6 metri, parallelamente a via Perlatura (che non mi è chiaro se verrà conservata alla sua ombra, oppure sarà obliterata), abbatterà lungo il percorso diversi ettari di verde, compresi due boschi dove nidificano regolarmente uccelli altrimenti rari in tutta la zona dei Castelli, fino a raggiungere, “in qualche modo”, la rotatoria di Ginestreto (un’altra cosa di cui parlerò più in là); come la rotatoria verrà raggiunta, non si sa, siccome a quanto pare pur costituendo un punto di passaggio, consentrà una uscita ma non una entrata (…).

In altre parole, chi ha scelto di vivere ed abitare a Poggio Ameno perché, appunto, è un “poggio ameno”, si aggrapperà saldamente al tram. Gli arzilli sindaci del posto si divertono a parlare della sindrome di nimby, forse per sentito dire o forse perché vagamente sanno cosa significa, anche se dubito conoscano l’inglese a sufficienza per sapere il senso di “Not In My Back Yard”, siccome più che nel giardino, la sopraelevata mi passerebbe praticamente dentro casa. A quel punto, sai cosa me ne importa del bene comune, se poi devo morire prematuramente per lo stress.

Altro dettaglio grottesco: nel progetto attuale è prevista la costruzione di una enorme rotatoria “al posto” di quella già costruita a Ginestreto (in realtà ancora in fase di completamento al momento in cui scrivo), per cui l’enorme opera che stanno finendo ora sarà completamente rasa al suolo, per invadere ancora più terreni, e cancellare, ad esempio, il vivaio all’incrocio, che è stato già in parte coinvolto dalla rotatoria esistente.

Inoltre quel tratto di strada non serve neppure, perché l’ingorgo problematico si trova all’incrocio tra Corso Matteotti, Via Borgo Garibaldi e Via Trilussa ad Albano, mentre dalla rotatoria dei Somaschi il traffico è virtualmente inesistente, a maggior ragione adesso che la rotatoria di Ginestreto evita completamente gli incastri e le file che si formavano prima della sua costruzione; per arrivare a Velletri, in altre parole, non si incontra traffico per tutta via Perlatura, non se ne vede neppure per via Pagliarozza e Fatebenefratelli, mentre la tangenziale di Genzano evita di attraversare il corso centrale, e permette di inserirsi sull’Appia completamente a valle del paese, Appia che già così è sempre estremamente scorrevole.

Qual è la necessità quindi della enorme tangenziale da diverse centinaia di milioni di euro?

Via Danimarca

La progettazione e finalmente l’apertura di via Danimarca è stata salutata dai sindaci e da diverse testate giornalistiche locali come la discesa dello spirito santo sulla valle di lacrime dell’incrocio di Vallericcia (quando ancora la rotatoria era nel limbo dei lavori pubblici), perché avrebbe, nelle previsioni fallaci degli ideatori e promotori, alleggerito significativamente gli ingorghi più a valle su via Perlatura. Elenchiamo tutte le caratteristiche che la rendono effettivamente inutile, non solo ad alleggerire l’incrocio, ma anche in generale:

  1. Gli imbocchi e le uscite sono veramente stretti (e questo è un parziale difetto anche della rotatoria); se c’è spazio a disposizione perché non utilizzarlo? Che senso ha lasciare un triangolo di aiuola enorme tra i due svincoli quando potreste usarlo per allargare gli ingressi e le uscite?
  2. Il senso di ingresso e di uscita è fortemente limitato: è possibile entrare da via Perlatura solo per chi viene da Albano, mentre è possibile entrare da via Italia solo per chi proviene dalla rotatoria di Ginestreto; inoltre l’uscita su via Perlatura permette di immettersi solo in direzione Ginestreto, così come l’uscita su via Italia è possibile solo in direzione Cecchina; risultato? Degli otto totali tragitti possibili teoricamente, solo due sono fattibili, il potenziale di quella via è ridotto ad un misero 25% del normale: o entri da via Perlatura provenendo da Albano, per uscire su via Italia in direzione Cecchina, o entri da via Italia provenendo dalla rotatoria di Ginestreto per uscire su via Perlatura sempre in direzione della rotatoria di Ginestreto (ma che senso ha?); ciò non toglie che chiunque regolarmente imbocchi la strada, e la lasci, contromano, infrangendo il codice della strada anche per due volte di fila.
  3. E finalmente il nodo principale: quanto via Danimarca alleggerisce davvero l’incrocio di Ginestreto? Tenendo conto dei sensi di marcia obbligati, possiamo completamente escludere una qualunque utilità per chi la percorre da via Italia a via Perlatura; rimane il senso di percorrenza per chi proviene da Albano su via Perlatura ed è diretto a Cecchina… peccato che chi veramente proviene da Albano non si sognerebbe mai di proseguire su via Perlatura per prendere via Danimarca, quando può molto più convenientemente continuare su via Rufelli fino alla Nettunense; stessa cosa dicasi per chi proviene dal tratto più alto di via Perlatura, che farebbe comunque prima ad imboccare via Rufelli piuttosto che scendere nell’altro senso. Risultato? L’impressionante alleggerimento del traffico sull’incrocio di Ginestreto è ricoducibile solo a coloro che partono nel tratto di via Perlatura che va dal supermercato sino a prima di via Danimarca, e devono girare per Cecchina, siccome tutti gli altri o fanno prima su via Rufelli, o non possono imboccare via Danimarca, o semplicemente devono seguire un altro tragitto per cui per loro via Danimarca è ininfluente. Complimenti, signori ingegneri civili.
  4. Ma non finisce qui, perché appunto le rotatorie sembrano stare particolarmente antipatiche al comune di Albano Laziale: cosa sarebbe costato costruire due rotatorie su via Perlatura e via Italia in corrispondenza degli incroci con via Danimarca? Si sarebbero risolti tutti i problemi dei sensi obbligati, rendendo quel pezzetto di strada davvero utile ed utilizzabile, e perdipiù rallentando il traffico su via Perlatura e via Italia, soprattutto per quei pazzi che, complice il rettilineo e la discesa, corrono a 80km/h e più (e ricordo la morte di un pedone travolto da un’auto in corsa su via Perlatura proprio in corrispondenza di dove ci sarebbe potuta essere una rotatoria)

La rotatoria di Ginestreto

All’ultimo punto, l’unica cosa veramente utile delle tre, peccato che pure questa abbia i suoi punti dolenti per un motivo o per l’altro:

  1. Cosa stavano aspettando? L’incrocio di Vallericcia e Ginestreto è stato in crisi per almeno una decina d’anni, arrivando al punto in cui, negli orari più caotici, si creavano incastri mortali in cui ben cinque strade che si affacciavano l’una contro l’altra, tutte stracolme di veicoli, si bloccavano per qualche minuto, siccome i primi della fila di tutte e cinque queste strade volevano fare i furbi ed infilarsi davanti agli altri; risultato, non si poteva più muovere nessuno. Ma le cattive abitudini sono difficili a morire, siccome anche adesso con tanto di rotatoria mastodontica c’è quello che ti si tuffa davanti tagliandoti la strada e ignorando i cartelli di “dare precedenza”, e ti manda pure a quel paese se gli suoni. Comunque, ribadendo il concetto, già da molto prima che arrivassero i fondi regionali, un operaio qualunque, pagato una cinquantina di euro da un comune qualunque, avrebbe potuto piantare un fusto pieno di cemento in mezzo alla strada, con dentro un cartello segnaletico ad indicare la rotatoria, e tutto sarebbe andato per il meglio. Diamine, ci sarebbero stati almeno un centinaio di volontari, me compreso, pronti a farlo a loro spese un intervento del genere.
  2. Cosa hanno aspettato? Ci voleva tanto a stendere l’asfalto e farci passare le macchine sopra? I ricami avrebbero potuti lasciarli alla fine, anziché bloccare la strada coi lavori, tenerli fermi per mesi, riprenderli quando meno te lo aspettavi, bloccare via Ginestreto per alcune settimane incastrando regolarmente via Italia e il tratto della Nettunense che attraversa il centro di Cecchina.
  3. Era proprio necessario farla così larga? I mezzi pesanti non possono comunque passarci, quindi a cosa è servito mangiare così tanta parte del vivaio, e abbattere muri a secco vecchi di chissà quanto?
  4. Qualcuno può spiegarmi perché è stata costruita un’isola di cemento rialzata nell’arco di rotatoria tra via Ginestreto e via Pagliarozza? Per quale motivo le automobili che arrivano da Ginestreto e devono uscire in direzione di Genzano sono costrette ad un’inutile zig-zag? Quella singola uscita, traffico a parte, scorreva molto meglio prima della rotatoria. Qualcun altro può anche spiegarmi il motivo per cui lo sbocco su via Italia è così dannatamente stretto? Cosa gli costava restringere un po’ l’aiuola triangolare per allargare lo svincolo? Dev’esserci lo zampino dello stesso ingegnere di via Danimarca.

…e quindi?

“Facile criticare, vorrei vedere te cosa avresti fatto”

Semplice, la rotatoria di Ginestreto esisterebbe già da anni, via Danimarca sarebbe stata attivata con molto meno chiasso, ma avrebbe rotatorie ad entrambe le estremità, ce ne sarebbe una anche all’incrocio tra via Rufelli e via Perlatura, coinvolgendo anche l’orribile imbocco di via Quartaccio (avrebbe intaccato minimamente, o quasi per nulla, le proprietà private, con una forma oblunga).

Certo, agli ingorghi sulla rotatoria dei Somaschi sarebbe più complicato trovare soluzione, ma il problema reale in quella zona sono i soliti furbi che non rispettano le precedenze, e soprattutto l’uscita dei buoi ragazzi dalla scuola che (provato in prima persona) blocca completamente la rotatoria (e conseguentemente le strade afferenti) per qualche minuto. Forse un sottopassaggio o un ponte pedonale (meglio ancora) sarebbe d’aiuto.

Nulla di neanche lontanamente paragonabile a 140 milioni di euro di spesa pubblica ad elevatissimo impatto ambientale.

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Tasto windows + Ubuntu, wow! Scorciatoie da tastiera in Maverick Meerkat

Forse non sto scrivendo nulla di nuovo, ed in questo caso chiedo venia. Anzi no.

Questo è il mio sito e ci scrivo quello che mi pare.

Comunque ho appena completato l’aggiornamento a Maverick Meerkat sul mio portatile, e stavo cercando di tornare al desktop con Ctrl-Alt-D, ma non funzionava. Ho martellato su quei tasti almeno una decina di volte per accertarmene, ma niente. Fino a quando il mio pensiero laterale non mi ha suggerito di usare il tasto Windows+D (la prima cosa che ho provato quando iniziai ad usare Ubuntu un paio di anni fa), e pensa un po’, ha funzionato.

Quindi mi sono messo a testare tutte le combinazioni possibili col tasto WinKey, ed ecco quello che ho trovato:

WinKey+W, WinKey+A

Mostra tutte le finestre in una griglia dinamica

WinKey+D

Torna al desktop

WinKey+Tab

Una versione molto migliorata di Alt-Tab

ma ecco le scoperte veramente interessanti:

WinKey+RotellinaSu/Giù

Zoom avanti e indietro dell’intero schermo, spostare il puntatore sposta anche il quadro, e…

WinKey+ClickRotellina

Ingrandisce al massimo lo schermo

WinKey+M, WinKey+N

Colori negativi! Inutile per gli usi pratici, comunque con N si rende negativa solo la finestra attualmente aperta, mentre con M vengono invertiti tutti i colori di tutto lo schermo.

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WinKey+Ubuntu, cool! Windows Key keyboard shortcuts in Maverick Meerkat

Maybe I’m posting about nothing new, and if that’s the case, I beg your pardon. Not.

’tis my website and I can write whatever I like.

Anyway I just completed the update of Ubuntu to Maverick Meerkat on my laptop, and well, I was trying to get to the desktop with the good old Ctrl-Ald-D combo, but it didn’t work. Hammered those keys at least 5 times to make sure, but then my lateral thinking suggested me to do WinKey+D instead (the combo I tried the very first time I used Ubuntu), and that worked!

So I went into a Windows Key frenzy, and tried, like, every combo I could test.

Here are my findings:

WinKey+W, WinKey+A
Show all windows in a tiles fashion

WinKey+D
As I said, goes to desktop

WinKey+Tab
A very cool version of the Alt-Tab

but here are the cool ones:

WinKey+MouseWheelUp/Down
Zooms in/out the whole screen, moving the mouse shifts  the view, and
WinKey+MouseWheelClick
Zooms in all the way

WinKey+M, WinKey+N
Negative colour! Useless for practical uses, anyway the N combo renders negative only the currently active window space, while M makes negative everything onscreen.

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Costruire un caricatore a pannello solare con batteria di riserva e porta USB

Che bella l’energia solare, ti dà la piacevole sensazione di risparmiare salvando l’ambiente.

Il mio HD2, il telefono HTC che sto usando adesso, ha la sua riserva di ben quattro batterie che posso scambiare se mi trovo fuori senza prese di corrente sottomano, ma mi mancava una fonte di energia rinnovabile, cioè un buon pannello solare; diciamocelo, i caricatori solari che si trovano su eBay fanno pena, sono costruiti attorno a cellette solari che è grasso che cola se arrivano a 40mA di uscita, ed in realtà fanno fare tutto il lavoro alla batteria interna, che si suppone venga caricata prima di uscire da casa, e che se dovesse essere caricata dal pannelletto solare impiegherebbe almeno due giorni alla luce diretta; quando invece un caricatore solare degno di questo nome dovrebbe avere una uscita di energia sufficiente a sostenere il dispositivo acceso, caricare la batteria del dispositivo, e anche la batteria di backup interna, così che durante la notte le due batterie cariche siano sufficienti a mantenere l’operatività. Il mio primo caricatore solare era costruito con un pannello da 1W (5V e 200mA), che aveva le stesse identiche dimensioni del mio HD2, anche se non era sufficiente, siccome guardare filmati richiede già da solo più di 200mA, e non rimaneva potenza sufficiente a ricaricare la batteria. Per cui ho abbandonato la prima versione (che è in vendita, se vi interessa), e dopo aver trovato questo modello di pannello solare che arrivava ad una uscita di 700mA, ho deciso di acquistarlo; ovviamente è più grande, ma aveva una capacità sufficiente a gestire anche una batteria di backup interna. Questa pagina vuole essere una cronistoria della mia esperienza, e quindi una guida a come costruire da soli un caricabatterie a pannello solare, con tanto di batteria di riserva interna. Per prima cosa, la lista degli ingredienti:

  1. Tester/multimetro digitale, per controllare il funzionamento del progetto mano a mano che procede, evitando di portarsi dietro degli sbagli fino a quando non sarà tardi per correggerli
  2. Saldatore a stagno per lavoretti elettrici
  3. Pistola per colla a caldo (la migliore amica dell’uomo dopo i biscotti al cioccolato)
  4. Pannello solare (ovviamente), più grande è e meglio è. Avete bisogno di una uscita a 5V (voltaggi più elevati vanno bene solo se usate un circuito per ridurre la differenza di potenziale, che non è coperto da questa guida), e dovete cercare quello con l’uscita di corrente maggiore possibile, il mio da 700mA è notevole di per sé, ma forse ne esistono di più potenti; come dicevo nella prefazione, va bene anche un pannello più piccolo, ma poi sarebbe inutile aggiungere la batteria interna di riserva, siccome non basterebbe a ricaricare tutto
  5. Una porta  USB-A che potete smontare da una vecchia scheda madre o da un hub non funzionanti
  6. Cavi elettrici, è più carino se usate quelli rosso e nero, ma i colori non cambiano nulla, come vedete nelle foto ho usato verde e bianco, basta ricordare le polarità (nel mio caso il bianco era il positivo)
  7. Due diodi Schottky (per impedire il reflusso di corrente all’interno del pannello, e dal pannello direttamente nella batteria; non dovete comprarli, potete dissaldarli da una vecchia scheda madre o da un vecchio caricabatterie per cellulari
  8. Una batteria agli ioni di litio da 3.7V, io ho comprato una 18650 “Ultrafire” da 3000mAh, ma qualunque tipo di batteria va bene purché abbia una capacità sostanziosa
  9. Un circuito di ricarica protetta, che accetta voltaggi in entrata in un range variabile, e restituisce una tensione fissa in uscita di 4.2V, impedendo anche i reflusso di corrente ed il sovraccarico della batteria; io ho preso il mio da un vecchio caricabatterie da tavolo per un cellulare Nokia; in alternativa, potete comprare direttamente una batteria UltraFire protetta, con un circuito di protezione incluso che quindi fa due cose in una; in questo caso vi servirà un solo diodo.

Questi sono i passaggi fotografici:

pannello solare monocristallino 700mA 5V
Questo è il pannello solare che ho acquistato, largo circa 16x16cm, ma potente
18650 ultrafire 3000mAh
La batteria usata in questo progetto, una 18650 stilo, da 3000mAh, più del doppio della batteria del mio telefono
circuito di ricarica protetto Li-Ion
Superficie superiore del circuito di ricarica Li-Ion che ho smontato da un caricatore da tavolo
retro del circuito di ricarica protetto li-ion
Superficie inferiore del circuito stampato; ho aggiunto i miei cavi per l'ingresso della tensione di alimentazione, ma è comunque presente lo spinotto piccolo Nokia che posso ancora usare; più tardi ho sostituito anche i cavi della batteria
porta connettore USB-A femmina
La polarità della porta USB-A; per farla riconoscere come caricabatterie dovrete mandare in corto i poli centrali dei dati stagnandoli assieme
solar panel charger backup battery scheme
Lo schema elettrico del progetto disegnato a mano; dopo averlo disegnato per questa guida, mi sono reso conto che avrei potuto evitare di aggiungere il diodo del circuito di ricarica, quello evidenziato in rosso; AGGIORNAMENTO: c'è un diodo che esce dal polo positivo della batteria, serve a evitare l'entata diretta della corrente nella batteria dal pannello solare, in modo da accertarsi che la batteria sia caricata unicamente dal circuito di protezione. Se invece usate una 18650 protetta, la batteria andrà collegata direttamente in parallelo al pannello senza alcun diodo di protezione.
retro pannello solare con diodo e porta usb
Questa è la versione di base del caricatore solare, semplicemente con diodo di protezione e porta usb di uscita, che funziona solo in presenza di luce solare, non avendo una batteria accumulatrice
diodo di protezione del pannello solare
Si può vedere attraverso la colla a caldo il diodo di protezione del pannello solare, con la riga bianca sul verso opposto rispetto al polo positivo del pannello
due diodi sul pannello solare
Qui ho aggiunto un secondo diodo pensando fosse necessario per impedire il reflusso di corrente al circuito di ricarica (che avviene se la corrente dalla batteria rientra nel caricatore, in un tentativo impossibile della batteria di ricaricarsi da sola); in realtà con questi collegamenti è sufficiente il solo diodo di protezione del pannello solare; so già che la saldatura è orribile.
polo negativo 18650 stagnato
Sono riuscito a saldare il cavo al polo negativo della 18650, non è un legame forte ma un po' di colla a caldo ha aiutato
colla a caldo sul polo negativo della 18650
Un monticciolo di colla a caldo isola e tiene in posizione i cavi sul polo negativo della batteria
molla per polo positivo della 18650
Ho sprecato almeno mezz'ora tentando di stagnare il polo positivo della batteria, ma non teneva qualunque cosa facessi; quindi alla fine mi sono inventato una molla attaccata al cavo...
polo positivo della 18650 con molla
...e l'ho messa a contatto col polo positivo della batteria tenendola ferma con la solita colla a caldo
caricabatterie a pannello solare con batteria di backup, vista retro
Dopo aver fissato tutte le parti al retro del pannello con la mitica colla a caldo (ho usato più di una barretta di colla per tutto) questo è l'aspetto finale dell'archibugio
caricabatterie pannello solare fronte
Aspetto frontale del tutto... non si nota nulla, a parte a malapena il led e la porta USB in cima
dettaglio led e porta USB caricatore pannello solare
Particolare della porta USB e del led
caricatore solare con batteria di riserva in azione
La ricompensa per il duro lavoro: il pannello alla luce del sole (non diretta, ma sufficiente); potete vedere negli ingrandimenti sia il led del circuito di ricarica (illuminato di verde, il che significa che il pannello sta alimentando il circuito, e la batteria a valle è già carica, altrimenti il led sarebbe rosso), ed il led arancione di ricarica del mio HD2.

AGGIORNAMENTO (29/9/11): diversi visitatori mi hanno chiesto cosa va cambiato se si vuole costruire un caricabatterie solare semplice, senza batteria di riserva; facile: prendete lo schemino del circuito, ed eliminate completamente la parte relativa a batteria, circuito di controllo della carica, e cavi che entrano ed escono da questi ultimi.

AGGIORNAMENTO (4/11/11): mpigio nei commenti mi ha fatto notare una notevole leggerezza commessa nel progettare lo schema del circuito, praticamente la protezione di ricarica veniva bypassata perché la batteria era direttamente in parallelo col pannello solare; ho modificato il tutto aggiungendo un diodo in uscita dalla batteria per prevenire questo difetto.
Su una nota aggiuntiva, invece di impazzire nel cercare un circuito di protezione di ricarica, come altri mi han fatto notare nei commenti, forse vi conviene acquistare direttamente una 18650 protetta, ovvero con circuito di protezione già integrato.

AGGIORNAMENTO (9/11/11): scrivo qui qualcosa che ho dovuto specificare più volte nei commenti. Ovviamente, quando non c’è sole, è la batteria di riserva che fornisce il voltaggio in uscita: questo non sarà 5V come una normale porta USB, ma al massimo 4.2V, ed a scendere fino a 3.7V, o un po’ meno. Molti dispositivi dovrebbero considerare questa tensione come sufficiente per la ricarica (come il mio HD2), anche se per ragioni tecniche non si caricheranno fino al 100%, ma nei commenti è stato riportato che non bastava per un navigatore GPS, che non considerava sufficiente neppure i 4.8V forniti da quattro batterie AA ricaricabili d 1.2V collegate in serie; in questi casi è necessario un regolatore di tensione (del tipo “boost” o “step-up”) che può ricevere in ingresso tensioni inferiori e variabili, e fornire in uscita sempre 5V, e che potete quindi collegare alla porta USB. Questo componente è sicuro da collegare come ultimo e unico prima della porta USB in uscita, in modo che sia il pannello solare che la batteria convergano verso di esso, e solo una tensione regolata e costante di 5V venge fornita dal vostro caricatore solare.

 

Morale della favola, con questo aggeggio potete ricaricare qualunque cosa che abbia un cavetto di ricarica USB, che sia iphone, ipod, ipad, qualunque cellulare HTC, lettori mp3… potete anche collegarci un hub USB e ricaricare più dispositivi in contemporanea, se il pannello è di potenza sufficiente. In questo caso, siccome la schedina di ricarica ha il suo spinotto femmina piccolo Nokia, posso anche usare un qualunque caricabatterie per ricaricare la batteria di riserva interna.

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How to build a solar panel charger with LiIon battery backup and USB output

Ah, solar power. The tingly feeling of getting free energy and saving the environment.

My HD2, the HTC phone/device I own at the moment, has its own reserve of four batteries to switch in case I need to make an intense use without a mains plug handy, yet I wasn’t satisfied as I didn’t have a renewable source of energy for charging it if those batteries died altogether, namely a decent solar panel; let’s face it, the solar chargers you see on eBay simply suck, they are built around teeny tiny solar cells capable of maybe 40mA @ 5V, and actually have an internal battery which does all the job, and that you’re supposed to charge at your mains at home before going out, because the builtin panel is going to take a couple of days in full sunlight to fill that battery, let alone being able to charge both backup battery, and phone battery, while you’re using your phone, which is actually the ideal usage scenario, as you’re going to need the backup battery when there is no sun, during the night.

My first attempt at building a solar charger was by using a 1W (5V@200mA) solar panel, that was exactly the same size of my HD2, but wasn’t enough in my opinion, since movie playback takes more than 200mA for itself, and there is nothing left to charge the phone. So I have that one set aside (and for sale, if you’re interested), but then I discovered this solar panel that outputs 700mA@5V, obviously bigger, but that is what I needed to playback movies, and at the same time charge both the phone battery and the charger internal backup battery.

So this page is a chronicle of my experience, and a DIY tutorial about building such contraption with the smallest expense possible.

First of all, the shopping list:

  1. Digital multimeter to check the project as it develops, to avoid discovering any mistakes when it’s too late
  2. Soldering iron
  3. Hot melt/hot glue gun, you wll be using at least a full stick of glue
  4. Solar panel (obviously), the bigger the better. You need a 5V model (higher voltage models are fine only if you add a voltage regulation circuit which I am not going to cover in here), and buy the one with the biggest current rating available, my 700mA one is pretty impressive in itself but you may be able to find better. You can go with lower output, but then it makes no sense to add a backup battery because it won’t be powerful enough to charge everything
  5. “Naked” female USB-A port, you can easily take it out off an old, not working motherboard, or hub
  6. Electrical wires, preferably in the standard colours red and black, but as you can see I used white and green since I only had those spare, as long as you remember which colour is which polarity (in my case, white is positive and green is negative)
  7. Two Schottky diodes (to stop the backwards flow of current to the solar panel and from the solar panel to the battery; you don’t need to buy them, just desolder off an old motherboard, an old phone charger, whatever
  8. A LiIon battery, my choice fell on a 18650 “Ultrafire” 3000mAh battery, but anything 3.7V with decent capacity is ok, really
  9. A protected charging circuit (a circuit that takes a variable voltage input and outputs static 4.2V, and has “flowback” protection, I got it by disassembling an OEM desktop charger for my old Nokia batteries); in alternative, just buy a “protected ultrafire”, costs more but delivers both things in less the hassle; in this case you will need just one diode.

Here is the step by step photoguide:

monocristalline solar panel 700mA 5V
This is the panel I bought, roughly 16x16cm, big, but a little powerhouse
18650 ultrafire 3000mAh
The Li-Ion battery I bought, it's a 18650 stylus battery, 3000mAh capacity, more than double of my own phone's battery
Li-Ion charging pretected circuit front
Front of the internal board I took off a desktop LiIon charger
rear liion protected charging circuit
The rear of the charging board, I soldered my own wires, I can still use the nokia small plug to power it; later I also soldered new wires for the battery output
female USB-A connector
The polarity of the USB-A connector; for it to be recognised as a charger, you need to short circuit the central pins, that are usually for data, by tinning them together
solar panel charger backup battery scheme
This is the sexy hand-drawn electrical scheme of the whole charger; after drawing it, I realized that the diode marked in red is not necessary, so I wasted one piece of electronics, no big deal; UPDATE: there is a diode coming out of the positive pole of the battery, this is to prevent direct-flow of current into the battery from the solar panel, so that the battery is charged only by the protection circuit. If you use instead a protected UltraFire, the battery will be directly in parallel to the panel, so you won't need any additional diode.
rear solar panel diode and female usb
This is the basic version of a solar charger, without battery backup system, it gives 5V output from the USB port blocking back flow of the current inside the solar panel with the diode
solar panel protection diode
You can see through the hot glue how the diode is soldered; it comes out of the positive pole of the panel, and the white stripe is located on the far side from the panel
two diodes on the solar panel
Here I added another diode thinking it was necessary for the back flow protection to the backup battery charging circuit (which happens if the battery poles go back into the power input of the charging circuit, in a failing attempt of the battery to charge itself); anyway, the first diode is enough to prevent it. The soldering stinks and I know it.
negative pole 18650 soldered
I was able to tin the wires to the negative pole of the ultrafire battery, it's not very solid but a little hot glue helped out
hot glue on 18650 negative pole
Here, a slab of hot melt glue on the negative pole, to keep the tinning in place and isolate it
spring for positive pole of 18650 battery
I literally wasted half an hour trying to tin the positive pole of the 18650, with no luck; in the end I devised this ugly spring, by attaching a small piece of metal to the wire...
18650 positive pole with spring attached
...and then applying it against the positive pole and keeping it there with hot melt glue... it worked!
solar panel charge with battery backup rear
After sticking all the components to the rear of the panel (I used more than a stick of melt glue) this is how it looked like
solar panel charger front look
This is how it looks from the front... nothing different, you can barely see the led and usb port on top
detail charging led and usb port solar panel charger
This is a close detail of the area where the charging led and USB port lie
solar panel charger with backup battery in action
This is the reward for the hard work: solar panel at sunlight (not direct sunlight but enough); you see the detail of both the charging led being lit green (which means the charging circuit is powered by the solar panel, and the backup battery is fully charged, otherwise while charging, it would be lit red), and the HTC HD2 with the lit orange charging led

UPDATE (9/29/11): several visitors asked me how to change the procedure in order to build a vanilla solar chager with no backup battery; easily done: take the circuitry scheme above, ideally remove the part regarding the battery, the charging control PCB, and the cables coming and going to these, and you’re set.

UPDATE (11/4/11): mpigio in the comments pointed out a serious flaw in the electrical scheme: the protection circuit was useless, since the battery was directly in parallel with the solar panel; I just added a diode coming out of the battery, so this is finally safe.
On a side note, as other pointed out in the comments, instead of digging for a recharging protection, you may just buy a protected 18650, that is a battery that has its own integrated protection circuit.

UPDATE (11/9/11): adding here something I needed to clarify in the comments more than once. Obviously, with no sun whatsoever, it’s the backup battery that gives the output voltage: this will not be 5V like a normal USB port, but at max 4.2V, and down to 3.7V or even less. Now, most devices should still consider this as a valid charging voltage (my HD2 did) even if for technical reasons they won’t charge up to 100%, but someone in the comments reported about it not being enough for a GPS navigator, which didn’t consider enough even the 4.8V that four 1.2V AA rechargeable batteries in series gave; in this cases it’s needed a voltage regulator (of the “boost” or “step-up” kind) that can take lower, variable voltages and always outputs 5V, so you can connect it to the USB port. This component should be safe to be the last and only one connected to the USB port, so that both solar panel and backup battery converge into it, and only a regulated, constant 5V output is given from the port.

 

With this setup you can charge anything which has a USB charging cable, be it iphone, ipod, ipad, mp3 player, every htc phone… you can even attach a USB hub to it if the panel is powerful enough, and charge more than one device at the same time!

Since the desktop charger had its own charging plug, I can use a standard Nokia charger to charge the backup battery.

Mass Effect 2: orrori grammaticali

Recentemente ho completato Mass Effect 2 come ricognitore, e forse mi concederò un secondo giro come adepto; non ho potuto fare a meno di notare degli errori grammaticali nella traduzione italiana (e questi sono solo gli ultimi due che ho deciso di fotografare – lì per lì non mi è venuto in mente di usare il tasto Stamp), assieme ad un numerosissimo insieme di frasi tradotte in modo poco scorrevole, ed espressioni senza senso.

Questa è l’ultima volta che attivo le voci italiane in un gioco multilingua, da purista che sono quella era l’unica mancanza che mi concedevo, ma puntualmente le traduzioni sono fallimentari. D’ora in poi, solo lingua originale anche nei giochi.

Ecco le testimonianze:

mass effect 2 errori grammaticali
"ha sparato HA delle persone"
mass effect 2 errori grammaticali
"sonde addiZZionali"

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Centrare le immagini con didascalia non centrate nei post WordPress

Mi ero stancato di come le immagini nei post non venivano centrate, ma invece erano tutte allineate sulla sinistra anche se le avevo impostate per essere allineate al centro, ed erano visualizzate bene nell’editor WYSIWYG di WordPress.

Su questo sito uso il tema Arclite, che permette di aggiungere definizioni CSS personalizzate dalle impostazioni, ma immagino che voi abbiate altri metodi per farlo, o possiate aggiungerle manualmente se proprio necessario.

Quello che ho aggiunto al foglio CSS è:

.aligncenter {margin-left:auto;margin-right:auto;}

che apparentemente funziona, siccome l’ho appena fatto ed ora le immagini sono centrate in firefox. Non mi sono dato la pena di testarlo in IE.

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Center caption images not centered inside WordPress posts

Just got tired of how the images inside my posts didn’t get centered, but instead were aligned to the left, even if I had set them to be centered, and they were rendered to inside the WordPress WYSIWYG editor.

I use the Arclite theme, which lets you add personalized CSS styles inside the settings, but I guess you can use other methods to do the same with your them, or add them manually if it comes to that

What I added to the CSS was:

.aligncenter {margin-left:auto;margin-right:auto;}

which is apparently working, as I just did it, and the images are centered now in firefox. Didn’t bother to test IE.

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